Francavilla, i titolari di Betuniq: “Noi con la ‘ndrangheta non c’entriamo nulla, siamo danneggiati da questa storia”

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“Noi con la ‘ndrangheta non c’entriamo nulla e, anzi, siamo intenzionati a chiedere i danni per quello che ci è successo: dall’oggi al domani ci siamo trovati senza la possibilità di lavorare nonostante tutti i soldi che abbiamo investito in quest’attività, che è assolutamente nostra”.

Non ci stanno, e ne hanno tutte le ragioni – se i fatti stanno come dicono loro – i titolari del centro scommesse “Betuniq” di via Trento, a Francavilla Fontana, sequestrato nell’ambito di un’ampia e complessa operazione condotta su scala nazionale dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che ha di fatto congelato il patrimonio – circa due miliardi di euro – riconducibile a Mario Gennaro, ritenuto un personaggio emergente nell’ambito delle cosche calabresi.

Le motivazioni che però adducono gli intestatari dell’attività, da cui hanno preso le distanze i proprietari dell’immobile assistiti dall’avvocato Domenico Attanasi, le stesse che sosterranno dinanzi al magistrato, sono pesanti: “Al di là dell’aggio per il marchio, il centro scommesse è completamente a nostro carico: ci abbiamo speso tempo, energie e soldi, lavoriamo da anni nel settore e ci siamo sempre contraddistinti per la nostra serietà, riconosciuta da tutti ed è per questo che oggi non possiamo accettare di essere associati nientemeno che alla mafia calabrese”.


Un’associazione che disconoscono in toto e che sono pronti a dimostrare nelle opportune sedi giudiziarie: non affiliati, ma parti lese. Ree, a loro dire, di aver soltanto sposato un marchio poi finito nel mirino della magistratura e delle forze dell’ordine, entrate in azione l’altro ieri dopo mesi di indagini a carico di Gennaro che, egli sì, dovrà difendersi da accuse particolarmente pesanti, come quella di aver finanziato la ‘ndrangheta coi soldi della sua “creatura”: la “Betuniq”, per l’appunto.

Di sicuro, al momento, c’è l’inchiesta. Di certo c’è anche la replica, comprensibilmente piccata, dei proprietari/intestatari sia dell’immobile che dell’esercizio commerciale di via Trento, chiuso da un giorno all’altro e da un giorno all’altro, quindi, inattivo.

“Ogni spesa, compresa quella per i dipendenti, è da sempre posta a nostro carico – assicurano i gestori del centro – e dall’altro ieri ci ritroviamo all’improvviso a non poter lavorare per ragioni alle quali siamo del tutto estranei e che prescindono completamente dalla nostra volontà e dal nostro modo d’intendere questa, pur delicata e discussa, attività: nel ribadire la nostra estraneità ai fatti contestati dalla magistratura, non possiamo che dichiararci danneggiati dalla situazione che si è venuta a creare e, al contempo, assicuriamo fermamente di non avere nulla a che fare non solo con la mafia, ma con qualunque altro tipo d’illegalità”.

 

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