Scu, fratello contro fratello. Sandro Campana: “Racconto tutto”. Francesco: “Che ti hanno promesso?”

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“Giuro sulla punta di questo pugnale, bagnato di sangue, di essere fedele a questo corpo di società formata, di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, fino alla settima generazione”. La mafia è questo. La Scu è questo. Entrarci è affidarsi a una nuova famiglia. Fino alla fine dei giorni. E’ rompere i legami con fratelli, madre, padre, sorelle. Quelli non contano più. Contano i nuovi legami, forgiati dalla sete di denaro, saldati dalla fame di potere. Francesco e Sandro Campana sono/erano fratelli. Per gli inquirenti che indagano sul loro conto da ormai decenni, che hanno dato loro la caccia, che li hanno stanati da covi e latitanze, Francesco e Sandro sono gangli vitali di quella rete criminale che va sotto il nome di Sacra Corona Unita.

Sandro Campana
Sandro Campana

Entrambi sono finiti in cella. Ma mentre Francesco, ritenuto a capo del clan di Brindisi, continua a professarsi vittima a suo dire delle sole malelingue dei pentiti, Sandro ha deciso di collaborare con la giustizia. Ennesimo pentito di una lunga lista che sta smembrando, parola dopo parola, la cosiddetta Quarta Mafia. Questa estate Sandro Campana ha preso carta e penna, e scritto, scritto pagine fitte di accuse, 200 pagine, a mano, mettendo nero su bianco tutto quel che sa sul conto dei suoi ormai ex sodali. Suoi loro affari, gli omicidi, i crimini, i legami con la politica. Ha fatto nomi. Incluso quello di suo fratello. Il presunto boss. E’ stato lui a chiedere di incontrare polizia e Dda. Ha affrontato quattro interrogatori. Detto tanto, ma tanto non è noto. Gli stralci liberi da omissis, pubblicati da Quotidiano, sono quelli utilizzabili nel processo in corso. Uno dei tanti. per fare luce su alcuni omicidi, come quello di Antonioo D’Amico, Toni Cammello e Tommaso Marseglia, e su una mezza dozzina di ferimenti.

Francesco Campana arriva in questura
Francesco Campana

La mia decisione molto sofferta di collaborare con la giustizia – scrive il nuovo pentito Sandro Campana – nasce primo dal fatto che prima di uscire dal carcere di Teramo nel settembre 2014 mio fratello Francesco mi avava mandato una sfoglia tramite altre persone dove mi ricordava che, essendo anch’io come lui persona ai vertici della storica Scu e in più entrambi eredi indiscussi del nostro vecchio fondatore e nostro storico padrino Giuseppe Rogoli, toccava a me portare avanti caricandomi tutte le responsabilità di tutti i nostri affiliati e di tutte le attività illecite da noi svolte, questo anche perché lui avendo un processo molto delicato non voleva precipitare la sua posizione rischiando il 41 bis. In tal contesto mi chiedeva che era anche arrivato il momento che io stesso rompessi subito la pax mafiosa fatta da me stesso con il mio fraterno amico Pasimeni Massimo nel febbraio-marzo 2008, nel carcere di Lecce, dove ci eravamo rivisti dopo tanti anni“.

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Massimo Pasimeni

“In quell’occasione – prosegue Campana – io e Pasimeni ci eravamo giurati e promessi a vicenda che mai più tra mesagnesi sarebbero nate guerre di mafia al fine di evitare anche omicidi per qualsiasi cosa”. Sul suo status Campana precisa posizione, legami ed evoluzioni. “Sono stato elevato al grado di medaglione con diritto di catena alla fine del 2007 da (omissis) su ordine di Giuseppe Rogoli, mio storico padrino che lo aveva incaricato e autorizzato a conferirmi questo grado. Successivamente nel carcere di Teramo, Umberto Bellocco, detto lo zoppo, mi conferì solo oralmente il grado di ‘diritto criminale’. Si tratta di un grado superiore a quello che rivestivo, caratteristico delle associaizoni calabresi. Il relativo giuramento non è poi stato fatto perché fu scarcerato grazie all’indulto”.

Il pm Alberto Santacatterina
Il pm Alberto Santacatterina

Omicidio D’Amico. Entrando nel merito degli omicidi oggetto del processo in corso (pm Valeria Farina Valaori e Alberto Santa Catterina) Sandro Campana non esita a tirare in ballo suo fratello Francesco. Più volte: “Mio fratello Francesco e Carlo Gagliardi sono gli autori dell’omicidio del fratello di Massimo D’Amico, Tonino D’Amico, detto l’uomo tigre, il quale, per quanto è a mia conoscenza, continuava ad avere contatti con Massimo anche dopo l’inizio dlla sua collaborazione. Mandante dell’omicidio è Giuseppe Gagliardi che lo ordinò a suo fratello e a mio fratello Francesco, nel corso di colloqui con Damiano Damiano Gagliardi e Giovanni Gagliardi. Giuseppe Gagliardi aveva motivi di rancore nei confronti di Massimo D’Amico che sin dal 1998 lo umiliava in carcere a Brindisi. L’omicidio del fratello fu il modo per punire Massimo di questo e della sua collaboraiozne”.

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Il pm Valeria Farina Valaori

Ferimento di Vincenzo Greco. “I mandanti sono mio fratello Francesco e Ronzino De Nitto, gli autori materiali sono tali Floriano e Benito di Sandonaci, il primo dei quali sarei in grado i riconoscere perché l’ho incontrato in carcere nell’estate del 2012. I due hanno utilizzato una Kawasaki 900 nera e a sparare materialmente è stato Benito, mentre Floriano era alla guida della moticicletta, della quale è particolarmente bravo. In quel periodo Leonardo Greco e Vincenzo Greco, affiliato a Vicientino dal 2000, erano particolarmente attivi nel traffico di supefacenti in Sandonaci ed erano entrati in contrasto con Floriano e Benito, con i quali venivano alle mani e di conseguenza anche con Pietro Soleto. Poiché l’azione doveva svolgersi a Mesagne fu chiesta l’autorizzazione a mio fratello e a Ronzino De Nitto”.

Omicidio Toni Cammello. “Sono a conoscenza diretta, perché me ne ha spesso parlato Amedeo Esperti nel corso della nostra comune detenzione a Taranto dal 2003 al 2005, dove occupavamo la stessa cella, delle circostanze dell’omicidio di Toni Cammello. Amedeo Esperti detto ‘Ciotolina’, mi confidava spesso in quel periodo di temere una eventuale collaborazione di Francesco Argentieri, detto Francescone, o Giovanni Colucci di Ostuni, detto ‘il professore’, affiliati a Massimo Delle Grottaglie. Gli autori materiali dell’omicidio di Toni Cammello furono Argentieri, Colucci ed Esperti, al quale lo stesso Cammello era affiliato. Il motivo dell’omicidio era il sospetto che la vittima fosse un confidente delle forze di polizia e nella circostanza che fosse tossicodipendente era inaffidabile”.

Omicidio Tommaso Marseglia. “Non ho conoscenza diretta della morte di Tommaso Marseglia avvenuta nel 2001, ma ricordo che era opinione comune all’interno del nostro ambiente che gli autori fossero Carlo Cantanna e il figlio Pietro, che attualmente abita a Brindisi, poiché Marseglia aveva avuto dei contrasti con Carlo Cantanna schiaffaeggiandolo”.

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Quello che segue è il testo della lettera che, dal carcere di Voghera, Francesco Campana, fratello di Sandro, ha inviato alla “Gazzetta del Mezzogiorno”, appresa la notizia della collaborazione del famigliare.

«Iacta alea est». Nonostante il sottoscritto preferirebbe volentieri il silenzio, sento l’esigenza morale di dissociarmi dalla recente decisione di Sandro Campana di collaborare con gli inquirenti. Preciso che prendo le distanze dall’inaccettabile presa di posizione del suddetto neocollaboratore di giustizia.

Sulla base del contesto esistenziale dei miei ventitre anni di detenzione e delle accuse mossemi da ben diciassette collaboratori di giustizia (Semeraro Alceste, Di Coste Francesco, Bellanova Giuseppe, D’Amico Massimo, Belfiore Emanuele, Greco Antonio, Leo Giuseppe, Leo Cosimo, Panico Fabio, Greco Leonardo, Passaseo Giuseppe, Caforio Simone, Perez Alessandro, Guarini Cosimo Giovanni, Gonoli Achille, Penna Ercole, Gravina Francesco alias Gabibbo) discordanti e contraddittori fra loro, che non hanno condotto gli inquirenti ad individuare un autentico principio di verità, non mi meraviglio più di tanto, a questo punto, se si è aggiunto un ennesimo collaboratore di giustizia. Tuttavia, sul piano morale mi affligge che un consanguineo, che ha vissuto in prima persona l’ingiustizia dei vari processi a mio carico (molti dei quali conclusisi – dopo due lustri – con sentenza assolutoria solo da parte della Suprema corte di cassazione), basati solo ed esclusivamente sulla dubbia (falsa?) scorta dei vari collaboratori di giustizia, abbia deciso di abbracciare tutt’altra posizione.

Poichè la collaborazione di un cittadino privato della libertà personale è probabilmente basata sulla logica del «do ut des», mi piacerebbe sapere quale grado di convenienza gli sia stato accordato e/o promesso. Ciò tenuto conto che l’estensore dell’articolo del 25 agosto 2015 pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» di Brindisi lascia trasparire il mero ruolo del neo collaboratore all’interno della presunta associazione… Infatti nessun collaboratore (neanche Penna) ha mai parlato di lui… se non come fratello del sottoscritto (sic!).

Colgo l’occasione per precisare al giornalista (molto coerente nel proprio lavoro – per questo ho scelto la pagina della Gazzetta del Mezzogiorno di Brinisi – signor Piero Argentiero) che il sottoscritto non è assolutamente “iscritto” all’università della mafia pugliese (battuta assai infelice e inopportuna) bensì all’università statale di Pavia, Facoltà di studi imanistici-filosofia, con la ferma speranza di conseguire quanto prima la laurea.

Con ossequi

Francesco Campana
Voghera, 2 settembre 2015

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