Morto dopo l’intervento, chiesto il giudizio per cinque medici del Camberlingo

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Dopo che il Gup presso il Tribunale di Bologna si è dichiarato incompetente poiché i fatti si sono svolti a Francavilla Fontana, il processo scaturito dalla morte di un paziente a causa di un tubicino lasciatogli nell’addome è tornato a Brindisi e il pubblico ministero Iolanda Chimienti ha chiesto il rinvio a giudizio degli imputati, tra i quali anche Vincenzo della Corte, primario del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale “Dario Camberlingo” ed ex sindaco della Città degli Imperiali. L’udienza preliminare a carico dei cinque medici sarà celebrata il 19 aprile del prossimo anno dinanzi al gup Tea Verderosa.

Omicidio colposo: è questa l’ipotesi di reato dalla quale dovranno difendersi cinque medici dell’ospedale di Francavilla Fontana, tra i quali l’ex sindaco Vincenzo della Corte, accusati di aver sottoposto nel 2011 un paziente a due interventi chirurgici sbagliati, conseguenza di diagnosi a loro volta errate, e di aver dimenticato nell’addome dello stesso paziente un tubicino di 7-10 centimetri. Una sequela di presunte negligenze e abbagli, che secondo la Procura di Bologna, avrebbe causato mesi dopo la morte dell’uomo, avvenuta nell’ospedale Sant’Orsola di Bologna.

Sul banco degli imputati, oltre a della Corte: Rocco Montinaro (primario di Chirurgia generale), Alessandro Perrone (dirigente medico di Chirurgia generale), Domenico Lamacchia (dirigente medico di Chirurgia generale) e Cosmiana Galizia (dirigente medico di Anestesia e rianimazione).

I fatti risalgono all’aprile del 2011, quando C. A., 67 anni, si recò presso il Camberlingo di Francavilla, con gravi sintomi di malnutrizione (arrivò a pesare appena 50 chili). Sbagliando completamente diagnosi – o almeno questa è l’ipotesi dell’accusa – i medici decisero di sottoporlo a una “banale” colecistectomia (giudicata dalla Procura come “del tutto inutile”). Montinaro e Perrone decisero di dimettere il paziente poco dopo – troppo presto, secondo la pubblica accusa – “pur in presenza di esami di laboratorio notevolmente alterati” e “senza approfondire il quadro clinico”. Risultato? 24 ore dopo il paziente dovette essere ricoverato nuovamente d’urgenza e sottoposto a un secondo intervento chirurgico.

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