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Il Tar: “Quel carabiniere non andava degradato, mentì per salvare il suo matrimonio”

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Dopo essere stato condannato a sei mesi per favoreggiamento nei confronti della moglie – condannata a sua volta per falsa testimonianza – un carabiniere in servizio presso il Nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Francavilla Fontana era stato punito dal Ministero della Difesa: degradato da appuntato scelto dell’Arma a semplice soldato di truppa dell’Esercito, il suo stipendio era sceso al minimo e la sua vita cambiata decisamente in peggio. Il Tribunale amministrativo regionale della Puglia – sezione di Lecce ha nei giorni scorsi accolto il ricorso presentato dagli avvocati Carmen Saponaro e Carlo Marraffa e, di fatto, restituito il grado al militare.

La sua falsa testimonianza – è la tesi sostenuta dalla difesa e condivisa dai giudici – era stata dettata dal conflitto “tragico” tra il preservare gli affetti (doveri morali) e il dire la verità (doveri giuridici). Un conflitto per il quale lo stesso Codice penale prevede una specifica causa di non punibilità. Secondo la Commissione di disciplina, però, a seguito di quella condanna l’appuntato scelto non era più “meritevole di conservare il grado” poiché la sua condotta – il favoreggiamento – era da ritenersi “biasimevole anche sotto l’aspetto disciplinare, in quanto contraria ai principi di rettitudine che devono improntare l’agire di un militare” soprattutto alla luce dei “doveri attinenti al giuramento prestato e a quelli di correttezza ed esemplarità propri dello status di militare e di appartenente all’Arma dei Carabinieri, nonché lesive del prestigio dell’istituzione”.

Così, dopo la sentenza emessa a suo carico del Tribunale di Frosinone, divenuta irrevocabile l’8 novembre 2014, ecco che il 2 ottobre 2015 un’altra tegola si abbatte sull’allora 40enne, che era già alle prese con problemi familiari – in fase di separazione da quella stessa donna che aveva tentato di aiutare – e psico-fisici conseguenza dei primi. L’ex appuntato non ci sta e si rivolge ai legali Saponaro e Marraffa, che presentano ricorso al Tar e, nell’aprile 2016, ottengono la sospensione dell’efficacia del provvedimento ministeriale. Il Ministero della Difesa e il Comando generale dell’Arma propongono appello al Consiglio di Stato avverso la sospensiva, ma l’appello viene respinto.

Dopodiché, il caso è discusso nel merito dinanzi al Tar nell’udienza del 6 ottobre 2016. Qualche giorno fa, il 12 aprile, ecco la sentenza: la punizione inflitta al militare era stata sproporzionata rispetto all’effettiva gravità dei fatti per cui era stato condannato. In fondo, nel deporre a sommarie informazioni supportando le false deposizioni della moglie e così consentendole di elude le indagini a suo carico, aveva messo in atto un estremo tentativo di salvare un matrimonio ormai in crisi – e infatti poi finito – anche nell’interesse dei suoi figli. Insomma, per i magistrati amministrativi (Eleonora Di Santo, presidente; Carlo Dibello, consigliere estensore; Claudia Lattanzi, primo referendario) la Commissione disciplina aveva optato per un “eccessivo rigore sanzionatorio”.

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