«Io, vittima di bullismo (e cyberbullismo) a scuola e fuori: presa in giro, molestata e definita prostituta per delle foto»

Non ce la faceva più a tenersi tutto dentro. Ha sopportato per anni le angherie dei suoi compagni di classe, l’invidia e quegli insulti odiosissimi, anche fuori dalla scuola, che troppo spesso le hanno tolto il sonno e hanno turbato finito per turbare la quiete della sua stessa famiglia. L’hanno definita: cessa, trans, prostituta e chi più ne ha, più ne metta.

Valeria (il nome è di fantasia) ha frequentato per cinque anni un istituto superiore in provincia di Brindisi per cinque anni ha dovuto sentirsi dire di tutto. Oggi, Valeria è una ragazza che piace e sui social riscuote un discreto successo anche grazie a fotografie in costume da bagno: è un suo diritto o no postare ciò che la fa sentire meglio senza essere giudicata?

«Mi hanno etichettata per sempre, l’altro giorno ero con mia madre in strada e, mentre passavamo davanti a un bar nel centro del mio paese, mi sono sentita gli occhi addosso: sapete chi è questa? Quella che ha postato quelle foto…».

«Sono rimasta zitta per troppo tempo, oggi ho bisogno di sfogarmi: durante i miei anni al liceo ero il bersaglio preferito di compagni e compagne di classe e di scuola. Mi chiamavano “Jocker”, “cesso”, “trans”. Cercavo di arrivare a scuola dopo le 8 perché sapevo che mi aspettavano nel cortile per sfottermi. Nei primi anni ho sofferto un bullismo psicologico e i prof non hanno mai preso posizione a mio favore: collegavano tutto alla mia “asocialità”, al mio “brutto carattere”, al mio “prendermela troppo facilmente”. Quasi a dire che quelle situazioni me le cercassi io, che io volessi essere allontanata e isolata dal branco. Non sono mai andata in gita per evitare che le prese in giro si amplificassero rispetto a quelle che ero costretta a subire durante la ricreazione e all’uscita dalle lezioni. Le mie compagne di classe erano molto brave a nascondere quello che facevano nei miei confronti. Da un certo momento in poi, però, le cose sono anche peggiorate: ogni anno c’erano dei ragazzi bocciati e, secondo le mie compagne, ciò succedeva perché perdevano tempo a “giocare” con me. Ho ingoiato rospi a non finire, incassato scherzi pessimi nonostante quella poveretta di mia madre quasi ogni giorno andasse in presidenza a chiedere aiuto. Ma niente, la preside ha sempre preso tutto sottogamba. Dal terzo anno di liceo, sono cresciuta e da ragazza le mie forme mi hanno reso più donna: ho cominciato ad attirare i maschietti e a riscuotere consensi sui social. Ovviamente, questa cosa non è andata giù a più di qualcuna. So che può apparire tutto uno stupido gioco, ma credo serva a far capire quanto sia bigotto e chiuso il mio paese. Ricordo che al terzo anno mi iscrissi su Ask (un’app per lo smartphone) e ricevetti insulti in massa. Una compagna, il giorno dopo, mi disse: “C’è gente che non dovrebbe proprio iscriversi su Ask”, risate. Durante il quarto e il quinto anno ho cominciato a postare mie foto in bikini, fiera del mio fisico, non ci vedevo nulla di male e poi, ho pensato, “lo fanno tutte, perché io no dovrei?”. Noi, io non avrei dovuto. Io ero cessa e sfigata, non mi sarei dovuta permettere».

«Così hanno cominciato a urlare il nome con cui mi ero registrata su Instagram nei corridoi della scuola – prosegue – e in classe mi dissero: “Ormai sei morta”. Misero in giro la diceria di mie foto completamente nuda ed ebbi il timore che qualcuno potesse essersene appropriato e le avesse fatte circolare o magari avesse intenzione di ricattarmi. Ne uscii distrutta, fui abbandonata dai miei amici, secondo i quali me l’ero cercata. Su internet le cose non andavano meglio, ogni santo giorno ero vittima di offese pesanti e body shaming (insulti per l’aspetto estetico). Provavo vergogna per me stessa, e sembrava che volessero istigarmi al suicidio. Qualcuno tirò in mezzo anche una prof, che mi disse come ormai fossi marchiata e non ci potessi fare nulla. Secondo lei, dovevo solo accettare. In pratica mi dissero che, siccome ero asociale, per sentirmi parte del gruppo, avevo postato foto nude sul Web quando in realtà non non l’ho mai fatto, almeno non sul mio profilo pubblico».

«Mi sembra assurdo – continua – giudicare una persona in base a delle foto, eppure tanti ragazzi ne hanno approfittato per schernirmi, altri non hanno partecipato al gioco, ma neppure mi hanno sostenuta per non essere presi di mira a loro volta. Nel mio paese non potevo uscire, neppure otto casa, e quelle che consideravo mie amiche non mi hanno mai dato alcun supporto: anche per loro era principalmente colpa mia. Ognuno poteva fare ciò che voleva della propria immagine e del proprio corpo, ma non io. Da quando anch’io mi ero iscritta sui social, lo sport preferito era diventato per tanti andarsi a guardare le mie foto “troppo da puttana”. Insulti dappertutto, a scuola, per strada, al bar, nei locali pubblici. Colpa mia? Non credo. Ho un carattere forte, anche perché diversamente non avrei retto questa situazione, ma posso assicurare di essere normale e apprezzata, non soltanto fisicamente, ma anche per la mia testa, per il modo di pensare tutt’altro che bigotto, per nulla moralista».

E oggi, come procedono le cose? «Il bullismo e il cyberbullismo non è terminato: fino a pochi giorni fa non comparivo col mio nome, non mi sentivo libera di essere me stessa perché sono sotto ricatto, forse a causa di un “successo” che altre non riescono a raggiungere. Ho deciso di non sottostare più a questo giogo asfissiante. Ho un profilo Facebook con nome e cognome, ci pubblico ciò che mi pare perché non sono una tipa da burqa. Non ho ancora la consapevolezza giusta per tornare con la mia identità reale su Instagram, perché è quello il posto ideale per il body shaming. Ho ancora paura di essere nuovamente umiliata. Non ho mai fatto del male a nessuno, ci sono un sacco di foto postate da ragazze in bikini o delle gambe nella vasca da bagno. Se posto io qualcosa del genere, però, sono una zoccola. Credo che tutto sia nato con i miei compagni di classe, sono stati quasi sicuramente loro a mettere in giro certe storie. La gente conosce il mio nome, non me, e lo associa a storie licenziose, da poco di buono: restare bulli dai 20 anni in su mi fa un po’ pena. Tantissimi idioti si sono divertiti e continuano a farlo perché non li ho mai denunciati. Ho pensato di raccontare questa storia per sfogarmi e per sentirmi meno sola in questa battaglia di civiltà. Chiedo scusa se vi ho annoiato, però credo di essere stata molto sfortunata a incontrare certe persone lungo il mio cammino. Perché proprio a me?».

 

 

 

 

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