Scopre dopo 13 anni di avere un feto nel grembo: era la gemellina del suo ultimogenito

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Ha portato sua figlia in grembo per 13 anni, mica soltanto per nove mesi. La storia di Maria (nome di fantasia) sembra assurda, ma è maledettamente vera: con quel feto ha convissuto fino a quando, un mese e mezzo fa, non ha rischiato di morire. Sottoposta prima a esami più approfonditi, poi a un nuovo delicato parto cesareo ha scoperto l’origine di quegli assidui e lancinanti crampi nella parte destra dello stomaco. Quando aveva dato alla luce il suo quarto figlio, era stata del tutto ignorata la presenza, in una placenta a parte, di una gemellina.

Il tutto ha inizio, quasi per caso, nell’estate del 2005. Maria, bracciante agricola francavillese 37enne, è al lavoro nei campi per la raccolta delle fragole, quando improvvisamente si sente male. L’accompagnano in ospedale dove i medici, dopo gli accertamenti, le dicono di non preoccuparsi perché semplicemente era al terzo mese di gravidanza. Maria resta sorpresa, ma decide volentieri di diventare mamma per la quarta volta.

Segue il percorso che ogni madre (e ogni padre) conosce: prelievi, esami, ecografie, visite ginecologiche. Sembra tutto a posto. Il 5 dicembre di quello stesso anno, però, ecco giungere – quasi al fotofinish – la prima complicazione. Il suo bimbo non ne aveva voluto sapere di girarsi e sembrava voler nascere di piedi. Si rende quindi doveroso il ricorso al taglio cesareo, che riesce alla perfezione. Almeno, così sembrò, questo si disse.

Filippo (anche questo nome è di fantasia) nasce sano ma col piedino destro in bocca, in una posizione anche definita di yoga fetale. Poco male, tutto nella norma.

L’equipe di Neonatologia ripulisce tutto, sutura la ferita e dopo un po’ ripone Filippo tra le braccia della donna, esausta ma felice.

La donna, secondo prassi, resta qualche giorno in ospedale, poi torna a casa, nutre e cresce il nuovo nato come aveva fatto con i fratelli.

Solo che, a differenza delle precedenti nascite, stavolta non si riprende mai del tutto. Sì, da un certo punto in poi torna a lavorare in campagna e svolge lavoretti stagionali, ma niente le sembra proprio come prima.

Ciononostante, si dice “un giorno passerà” e, tra un esame e quello successivo per dare una spiegazione ai suoi malesseri, continua a faticare sia dentro che fuori casa. Lavora e fa la mamma, imbottendosi di antidolorifici per quei continui dolorosi fastidi che di rado le concedono una tregua.

Un anno e mezzo fa, a 13 anni da quel parto, inizia ad avere delle perdite. Si sottopone a nuovi controlli, ma anche in questo caso non emerge granché. Saranno normali conseguenze della menopausa, s’ipotizza.

Successivamente, però, prende ad accusare dolori e formicolii sospetti al braccio sinistro, che spesso si “addormenta”.

Lo scorso 7 gennaio la situazione precipita. Maria viene trasportata d’urgenza in ospedale dove giunge pallidissima e senza un briciolo di forza. Perché rinvenga occorrono ben cinque trasfusioni di sangue.

Solo dopo quest’ultimo episodio, quando di anni dal suo ultimo parto ne sono trascorsi più di 13, accertamenti più approfonditi permettono di risalire all’origine del suo problema: per tutto quel tempo aveva tenuto dentro di sé la gemellina del suo ultimogenito.

Il 14 febbraio – ironia della sorte, proprio nel giorno di San Valentino – Maria affronta un altro cesareo, che stavolta non le procura gioia per una nuova vita, ma tragica consapevolezza della morte e la stessa perdita dell’utero che quello scricciolo, lungo appena 8,8 centimetri, aveva finito per danneggiare.

Il feto ignorato, dimenticato ed estratto 13 anni dopo – si è scoperto qualche giorno fa in un ospedale del Veneto – era finito in un’altra placenta rispetto a quella del fratellino e si era poi spostata verso un fianco, di fatto scomparendo dai radar e sfuggendo alle strumentazioni diagnostiche.

Quella placenta e il suo piccolo contenuto umano sono rimasti chiusi, immobili e silenti per tutti questi anni sino ad aprirsi dopo le passate festività natalizie. Senza quell’improvvisa emorragia e il conseguente pericolo, chissà per quanto tempo ancora Maria avrebbe dovuto – tra le sofferenze – offrire rifugio a quel suo stesso accenno di bimba.

La donna e la sua stessa famiglia, dopo aver accolto il definitivo responso dei medici con raccapriccio misto a commozione, ora valutano il da farsi.

La rabbia e gli interrogativi sono tanti, ma uno li racchiude un po’ tutti: com’è stato possibile?

Eliseo Zanzarelli

 

 

 

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