Tentata truffa ai danni dell’Inps? Non c’è la prova: assolti due soci di una coop agricola

Secondo investigatori e Procura tentarono di truffare l’Inps; secondo il giudice non esiste la prova che abbiano tentato di farlo. Sono quindi stati assolti nei giorni scorsi con la cosiddetta formula “dubitativa” due uomini di Torre Santa Susanna – A.D., 58 anni e J.T., 34 – mandati direttamente a processo nel 2016.

I due soci-lavoratori di una cooperativa erano imputati, appunto, per un presunto tentativo di truffa aggravata, finalizzata a percepire indebitamente l’indennità di disoccupazione agricola: il primo per circa 2mila euro, il secondo per circa 2.500.

L’erogazione delle somme da parte dell’istituto previdenziale non andò a buon fine per particolari circostanze legate al fatto che il conto di uno dei due fosse stato sequestrato. In sostanza, il pubblico ministero sostenne che gli indagati, poi finiti a giudizio, si fossero auto-licenziati dalla coop di cui facevano parte per far posto a soci non lavoratori: in tal modo, il vantaggio economico avrebbe riguardato sia i diretti interessati che i loro sostituti in “lavori vari” e “spollonatura” degli ulivi per conto della società.



I legali di A.D. e J.T. – Michele Iaia del Foro di Bari e Dora Tangari del Foro di Trani – però non sono stati dello stesso avviso e hanno sostenuto la totale non colpevolezza dei loro assistiti o, perlomeno, la mancanza di una prova schiacciante a loro carico. E, infatti, il giudice Gop del Tribunale di Brindisi Roberto De Matteis ha preso in considerazione e motivato questa seconda ipotesi:

“(…) è da comprendere – si legge in sentenza – se tale condotta (auto-licenziarsi e far posto ad altra manodopera) sia stata effettivamente messa in atto volontariamente e non sia stata invece frutto di di una necessità determinata da condizioni soggettive del lavoratore (assenza per malattia o altro impedimento) ovvero oggettive dell’azienda (necessità di munirsi di manodopera specializzata e fidelizzata diversa dai soci)”.

L’istruttoria processuale non ha fornito riscontri oltre ogni ragionevole dubbio né in un caso né, tantomeno, nell’altro e quindi l’organo giudicante ha propeso per l’assoluzione di entrambi dopo ben sette anni di udienze, condite dall’innegabile pressione psicologica che ritrovarsi alla sbarra degli imputati comporta.

Il dubbio ovviamente resta e lo si legge nello stesso dispositivo accompagnato da motivazione contestuale, ma come noto la giustizia non si nutre di semplici sospetti. La pubblica accusa aveva chiesto per ambedue gli imputati la condanna a due anni di reclusione e una multa da mille euro a testa.

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