La battaglia per restituire il castello di Oria alla fruizione pubblica si arricchisce di un nuovo capitolo. Al centro della polemica non sono solo gli abusi edilizi che portarono ai sequestri del maniero, ma l’inerzia amministrativa che avrebbe bloccato un’iniziativa legale cruciale: la deliberazione di Giunta comunale numero 17 dell’1 febbraio 2013.
Un documento indirizzato al sindaco e al prefetto di Brindisi, redatto dall’Amministrazione – guidata dall’allora sindaco Cosimo Pomarico – che adottò l’atto, solleva un interrogativo fondamentale: perché quell’atto di indirizzo politico-amministrativo che disponeva l’avvio di una procedura giudiziale contro la proprietà privata non è mai stato eseguito? E proprio l’ex sindaco, ha, nei giorni scorsi, risollevato la questione con una nota protocollata in Comune.
La delibera in questione, adottata in un periodo di forti tensioni legali, mirava a far valere il diritto al pubblico godimento limitatamente alle torri del castello. Questa pretesa non era arbitraria, ma si fondava su una “lettura e interpretazione… di tutti gli atti in possesso dal 1933 al 2007,” in particolare sul contratto di cessione del 3 novembre 1933, che si riteneva contenesse l’obbligo di mantenere tale fruizione, mai formalmente revocato. Ciò sostiene l’ex primo cittadino.
Il castello, vincolato dal 1955 in quanto bene storico e architettonico di straordinaria importanza, è di proprietà privata (della famiglia Romanin-Caliandro, che lo acquistò nel 2007) ed è rimasto chiuso al pubblico per gran parte degli ultimi quindici anni, tra sequestri per presunti abusi edilizi (dissequestrato definitivamente nel 2016) e contenziosi con l’amministrazione comunale.
L’autore della comunicazione, cioè l’allora sindaco, ha evidenziato come a distanza di anni, la Deliberazione 17/2013, che pure non risultava essere stata oggetto di segnalazioni di illegalità o illegittimità, non sia mai stata portata a compimento. L’interrogativo è chiaro: se la Giunta di allora aveva ritenuto di avere basi legali per richiedere la riapertura di una parte del bene (le Torri) in forza di un obbligo contrattuale storico, la mancata esecuzione dell’atto ha di fatto impedito una possibile risoluzione della controversia e una parziale restituzione del simbolo oritano alla sua comunità.
Questo stallo amministrativo si inserisce nel più ampio dibattito sul futuro del castello. Negli ultimi anni, la discussione si è concentrata sulla possibilità di un intervento radicale. La politica regionale, in particolare, ha recentemente proposto l’ipotesi di un esproprio per pubblica utilità.
La proposta mira a finanziare l’acquisizione del castello, prendendo come base la stima di mercato di circa 4,5 milioni di euro stabilita dall’Agenzia delle Entrate, per riportarlo nella piena disponibilità collettiva come “museo, luogo di visita, studio e vita cittadina”, ai sensi del Codice dei beni culturali.
L’attuale richiesta di chiarimenti sulla mancata esecuzione della delibera del 2013 riaccende i riflettori su una vicenda complessa, in cui il destino di uno dei monumenti pugliesi più importanti è da tempo bloccato tra cause legali pendenti, controversie sulla sicurezza e un immobilismo amministrativo che ha ostacolato persino l’attuazione degli atti di indirizzo amministrativo.
Intanto, è aperta una conferenza di servizi che punta con decisione a una deroga urbanistica affinché il castello possa anche ospitare ricevimenti e feste, oltre a museo, bar e ristorante. Una procedura attualmente sospesa per una richiesta d’integrazione documenti da parte dell’Ufficio tecnico, che potrebbe far slittare la conclusione della conferenza di servizi di 30 giorni portandola, di fatto, all’inizio del prossimo anno.