La fisioterapista dell’Azienda Sanitaria racconta la sua esperienza a Kaburantwa: “Lì la riabilitazione è un lusso, ma abbiamo imparato che la vera cura si fa col cuore”.
La sanità non ha confini, specialmente quando è mossa dalla passione e dallo spirito di servizio. Ne è la prova la toccante esperienza di AnnaMaria Zaccaria, fisioterapista dell’Asl di Brindisi, da poco rientrata da una missione umanitaria a Kaburantwa, in Burundi. Un viaggio nel cuore dell’Africa organizzato dall’associazione “Volontariato Sanitario” di Leonardo Sala, che ha visto impegnato un team multidisciplinare composto da tre medici, due fisioterapisti e un tecnico di radiologia.
Un tuffo in un’altra dimensione
Non è stato un semplice viaggio di lavoro, ma un impatto frontale con una realtà fatta di estrema povertà, dove l’ospedale locale – gestito dalle Suore Benedettine – rappresenta l’unico faro di speranza contro malnutrizione e malaria. “A Kaburantwa ho sentito sulla pelle la povertà di cui prima sapevo solo in teoria”, racconta Zaccaria. In un contesto privo di macchinari all’avanguardia, il team italiano ha dovuto riscoprire l’essenza della medicina: “Abbiamo imparato che la vera cura si fa con il cuore, l’ingegno e una straordinaria forza di volontà. La mano di un operatore non dipende dalla tecnologia, ma dalla determinazione a non arrendersi”.
Abbattere la barriera del costo
In Burundi, la sanità è a pagamento, rendendo le cure inaccessibili per gran parte della popolazione. Per ovviare a questo ostacolo, il team di volontari ha agito concretamente: grazie ai fondi raccolti prima della partenza e tramite la piattaforma GoFundMe, hanno potuto visitare e valutare gratuitamente un flusso costante di pazienti. “Ci siamo fatti carico di ogni spesa, pagando le terapie necessarie e finanziando persino le valutazioni specialistiche nella capitale”, spiega la fisioterapista, ringraziando i donatori che hanno reso possibile questo miracolo di solidarietà.
Il dramma dell’assenza di riabilitazione
Dal punto di vista professionale, l’esperienza ha messo in luce una carenza drammatica. “La fisioterapia lì non è una risorsa integrata, ma un vero lusso”, osserva Zaccaria. La mancanza di percorsi riabilitativi condanna pazienti con paralisi cerebrali, ritardi psicomotori o problemi ortopedici a disabilità permanenti che potrebbero essere trattate. Per questo, la missione ha lasciato in eredità un obiettivo futuro: sostenere l’introduzione della fisioterapia in queste realtà per restituire la speranza di muoversi e camminare.

Una lezione di umanità
Il bilancio finale è quello di un arricchimento reciproco. La resilienza del personale locale e la dignità delle madri che combattono per la salute dei propri figli malnutriti hanno lasciato un segno indelebile. “Quella che era nata come una missione per ‘dare’ si è trasformata in un’esperienza in cui abbiamo ricevuto infinitamente di più”, conclude AnnaMaria Zaccaria. “Porto con me la convinzione che, anche con mezzi limitati, è sempre possibile accendere una luce di speranza. La sanità è, prima di tutto, un atto di profonda umanità”.