Dalla prof. Maria Corvino Forleo riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente intervento che trae occasione dalla cerimonia commemorativa del 75° anno scolastico dell’istituzione del Liceo Classico “Vincenzo Lilla” di Francavilla Fontana.
Il Futuro nella Memoria Storica
Liceo Classico Vincenzo Lilla 1955- 2025
Le basi degli studi classici in Francavilla furono poste dagli Scolopi, con la costruzione delle Scuole Pie, grazie al lascito di 2000 ducati di Michele Imperiali, che prevedeva l’istruzione gratuita. Con gli studi umanistici si posero, nella nostra città, i presupposti di un tipo di scuola radicata nella realtà: nella piazza grande venne eretto l’albero della libertà della rivoluzione francese e successivamente il padre Francesco del Re celebrò di fronte a un pubblico di contadini e artigiani la Repubblica Partenopea del 1799, mentre il padre Licci da Campi contribuì all’apertura della prima vendita carbonara a Francavilla. Quando la stagione degli Scolopi si concluse con la soppressione degli ordini religiosi per la legge 7 luglio 1866, l’eredità dei padri delle Scuole Pie non andò dispersa; nel 1868, si aprì in Francavilla il ginnasio Michele Imperiali, la cui direzione venne affidata al sacerdote Luigi Raggio, ma venne chiuso un anno dopo. Le alterne vicende per il mantenimento degli studi classici ebbero una svolta con l’istituzione di un liceo comunale (1931), poi trasformato in sezione staccata del liceo di Brindisi, fino all’istituzione del Liceo Statale “Vincenzo Lilla” nel 1950. I locali furono inaugurati il 20 novembre 1955.
Gli anni difficili della crescita vennero gestiti da Vitaliano Bilotta (resse il ginnasio comunale dal 1901 al 1941 e dal 1937 al 1949 il liceo comunale parificato), superstite, come egli stesso ebbe a dire, di una famiglia scolastica che seppe guidare a un avanzamento e decoro insperato un povero ginnasio comunale di sole tre classi, affidato tra le difficoltà, i dispetti, i contrasti e le insidie di partitini locali.
Dopo il 1945 si prospettano mutamenti in Italia e nel mondo che influenzano il costume, la politica e l’economia. Si parla, però, di una modernità zoppa perché la crescita economica è più alta della crescita della civiltà civile. La scuola rimane impigliata nella riforma Gentile con un irrigidimento del carattere selettivo, una scuola per le classi dirigenti e una per le subalterne. Il concetto portante è di “scuola tempio” con regole severe, abiti formali e una latente discriminazione.
La storia però trascina; il miracolo economico dalla metà degli anni ’50 al 1963 produce cambiamenti; ci si avvia verso il tramonto della civiltà contadina e il processo di emancipazione della donna.
Chi ha la responsabilità di guidare il Liceo, dal 1950, è il preside Piero Argentina, che ha contezza di questi profondi mutamenti. Formatosi alla scuola liberale, sente la suggestione di Benedetto Croce, ma ne coglie i limiti ed è profondamente convinto di un’apertura della cultura al maggior numero di persone possibile e dell’importanza del potenziamento della sfera scientifica. In questa logica viene introdotta la prima classe del liceo scientifico nel 1969, che si potenzierà e avrà vita autonoma. In un contesto culturale tendenzialmente conservatore, le idee del capo di istituto appaiono rivoluzionarie.
La Contestazione degli Anni ’60 deve essere fronteggiata dal preside Vincenzo Carolla. Nonostante la gestione iniziale senza scosse, il 4 febbraio 1969 l’assemblea degli studenti delibera l’occupazione dell’istituto (dal 5 all’8 febbraio) in un contesto in cui la contestazione valica i confini della scuola cercando collegamenti con il mondo del lavoro.
Dall’anno scolastico 1969-70 e fino al 1982, la direzione dell’istituto è affidata ad un altro docente della vecchia scuola, Giuseppe Caforio, che si fa interprete della coscienza della crisi. Durante la sua presidenza si incominciano ad avvertire segni, sia pure impercettibili, di un modo diverso di vivere la scuola. La disciplina non viene più intesa come immobilità statuaria e silenzio assoluto. Non si impone più la norma antica: si parla solo se interrogati; il ricorso alle note è più raro. Si lascia spazio ad iniziative autonome come ricerche di gruppo, stesure di testi teatrali e rappresentazioni che trovano spazio nell’aula magna; la pedana si trasforma in uno scenario ricco di storia e poesia con la funzione di incrementare una relazione rispettosa dell’identità e della differenza. Non mancano iniziative che spingono fuori dall’istituto, ma soprattutto la scuola si apre alla città con puntuali incontri di carattere culturale, realizzati con il sostegno di associazioni culturali, e i più bei nomi della cultura del tempo si alternano nell’aula magna per un dialogo aperto anche alla città.
Non mancano dissensi e contrapposizioni delle parti, ma sono ancora contenute per il carisma del preside. Serpeggia, però, sempre più il disagio di una crisi epocale non sempre lucidamente avvertita da tutti; permane sempre la tendenza dei docenti ad operare come monadi che si muovono in virtù di un’ armonia prestabilita.
Nel 1974 entrano in vigore i Decreti Delegati. Un ulteriore passo avanti da un tipo di scuola compatta e chiusa verso l’esterno ad un sistema scolastico che coinvolge non più solamente insegnanti e studenti, provenienti da ambienti culturali di diversa estrazione sociale, ma anche genitori, enti locali, agenzie formative. Si afferma sempre più la logica dell’espansione. L’imperativo autoritario che vuole i docenti atomi e non gruppi di aggregazione è duro a morire, ma il preside, sostenuto da un sia pure sparuto numero di docenti, si getta nella mischia e non teme il confronto. Il liceo appare come una palestra aperta. Sono gli anni in cui mi trovo ad essere testimone attiva di un’avventura esaltante per il superamento della metodologia trasmissiva per approdare alla pratica dell’operatività di gruppo e dell’intervento critico. Docenti ed alunni producono cultura.
Gli anni Ottanta e Novanta sono caratterizzati dall’acuirsi della crisi, che valica gli angusti confini del nostro liceo. L’annuncio profetico “Dio è morto” di Nietzsche è una metafora intesa come il crollo dei valori assoluti che genera il nichilismo, un senso di “vuoto” profondo. È l’atto di nascita della condizione postmoderna. La morte di Dio è sostituita dal delirio di onnipotenza dell’uomo che si rifugia nel virtuale e nella logica dell’omologazione, nel narcisismo esasperato. Ancora una volta ci viene in aiuto la cultura umanistica. Emblematico il mito di Narciso, ossessionato dalla propria perfezione, che si specchia nel lago ma finisce per affogare. È il rischio che si continua a correre.
Il sociologo Zygmunt Bauman descrive la società contemporanea come liquida, caratterizzata da incertezza e rapida dissoluzione dei legami sociali.
Si delinea un modello di scuola-azienda:
Il dirigente scolastico è un manager. Gli studenti sono clienti da formare per il mercato del lavoro, gli insegnanti sono dipendenti da valutare, soggetti a sistemi di valutazione in base a una logica competitiva e meritocratica, che mina il principio della collegialità.
Si enfatizza l’acquisizione di competenze a scapito di una cultura critica di ampio respiro, dimenticando che l’istituzione scolastica ha una funzione sociale e formativa che va oltre la logica del profitto e della produzione e che il suo fine ultimo è lo sviluppo integrale della persona e la trasmissione di una cultura che favorisca il benessere collettivo e la democrazia.

Non regge l’odierna svalutazione della formazione umanistica. Gli studi classici non formano per un singolo mestiere, ma rendono i giovani in grado di poter cambiare mestiere, grazie alla versatilità e profondità di analisi, soprattutto nell’era digitale e della globalizzazione. Il valore formativo fondamentale non risiede nelle nozioni, ma nello sviluppo di competenze chiavi trasversali essenziali in ogni tempo. Lo studio dell’antico è un contrappeso all’eccessiva tendenza tecnologica; fornisce una coscienza storica delle radici culturali e la capacità di dialogare non solo con l’uomo lontano nel tempo ma anche nello spazio.
Attualmente tutti i corsi di studi dovrebbero essere soggetti a revisione in una logica che trascenda il mercato e ponga al centro di tutto l’uomo. Le riforme non piovono dall’alto; è necessaria una rivoluzione che parta dal basso col contributo di tutti, illuminati dalla memoria storica e dal recupero dei valori universali che non possono essere cancellati. La cultura umanistica dovrebbe essere presente in modo trasversale in tutti gli indirizzi. Una ricchezza spendibile che va rivalutata.
Il futuro è nella memoria storica.