Omicidio Legrottaglie, a giudizio il presunto complice del killer: moglie, figlie e collega del brigadiere costituitisi parti civili

Sarà un processo in Corte d’Assise a dover stabilire la verità sulla morte del brigadiere capo Carlo Legrottaglie, il carabiniere 59enne di Ostuni ma in servizio a Francavilla Fontana ucciso in servizio nelle prime ore del mattino dello scorso 12 giugno. Ieri, la giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Brindisi, Gianna Martino, ha accolto la richiesta della sostituta procuratrice Livia Orlando, disponendo il rinvio a giudizio per Camillo Giannattasio, 57 anni, di Carosino (Taranto).

La prima udienza è stata fissata per il 27 gennaio 2026. Giannattasio, difeso dall’avvocato Luigi Danucci, dovrà rispondere di accuse pesantissime: non solo resistenza a pubblico ufficiale, ricettazione e detenzione di armi da guerra, ma soprattutto di concorso in omicidio.

In un’aula carica anche di tensione emotiva, è stata ammessa la costituzione delle parti civili. A chiedere giustizia ci saranno la moglie e le figlie del militare caduto, assistite dagli avvocati Giovanni Fiorino e Stefano Andriola. Al loro fianco, siederà anche il brigadiere Costanzo Giuseppe Garibaldi, il collega che quel giorno era di pattuglia con Legrottaglie e che sopravvisse all’inferno di fuoco; è rappresentato dall’avvocato Donato Manelli.

La vicenda, che scosse l’intera comunità e l’Arma dei carabinieri, risale alla mattina del 12 giugno scorso. Tutto iniziò con l’intercettazione di una Lancia Ypsilon, risultata rubata un mese prima nel Barese, che sfrecciava nell’agro di Francavilla Fontana. A bordo c’erano Giannattasio e Michele Mastropietro. Ne scaturì un inseguimento serrato con la “gazzella” dei carabinieri – un’Alfa Romeo Tonale con le insegne d’istituto – guidata da Garibaldi, con Legrottaglie al suo fianco. Un inseguimento terminato nel sangue quando i fuggitivi, sentendosi in trappola, aprirono il fuoco. A premere il grilletto fu Michele Mastropietro (che morirà poche ore dopo in un secondo conflitto a fuoco con la polizia nelle campagne di Grottaglie), colpendo a morte il brigadiere Legrottaglie, un militare e un uomo stimato da tutti e ormai prossimo alla pensione. Sebbene non sia stato Giannattasio ad aver impugnato l’arma del delitto, la Procura gli contesta un ruolo determinante nella tragedia. 

Secondo l’impianto accusatorio, il 57enne non si limitò a essere un passeggero passivo, ma avrebbe agito come “regista” morale della violenza. L’accusa sostiene che abbia “istigato Mastropietro a perseverare nella propria condotta violenta”, incitandolo esplicitamente a fare fuoco contro i militari per guadagnarsi la fuga. Per questo motivo, dovrà rispondere di concorso pieno nell’omicidio. La pericolosità del contesto criminale in cui maturò il delitto fu confermata dalle indagini successive. Nel negozio di ferramenta gestito da Giannattasio a San Giorgio Ionico, gli investigatori scoprirono un vero e proprio arsenale: armi clandestine, munizioni e strumentazione tecnologica avanzata, come decodificatori per immobilizer di automobili, strumenti del mestiere per una banda specializzata e – si suppose e suppone – pronta a tutto.

Ora la parola passa alla Corte d’Assise, che dovrà valutare se quelle parole e quell’incitamento siano stati letali quanto i proiettili esplosi. Giannattasio, come ogni imputato, è da ritenersi innocente fino a eventuale sentenza definitiva di condanna. I familiari di Legrottaglie e il suo stesso collega di pattuglia – assistiti dai legali Fiorino, Andriola e Manelli – chiedono di essere risarciti ma invocano soprattutto giustizia. Perché, al netto di ogni cosa, nessuno riporterà indietro un uomo e un carabiniere al suo penultimo turno di lavoro, immolatosi per tenere fede a quegli ideali di legalità per i quali aveva cominciato a spendersi non appena maggiorenne.

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