Di seguito alcune riflessioni dell’avvocato penalista Domenico Attanasi – apertamente schierato a favore del Sì – in merito alla riforma costituzionale sulla “Giustizia”:
Separazione delle carriere dei magistrati: tre chiarimenti necessari, lontani da slogan e semplificazioni.
1. La riforma intaccherà autonomia e indipendenza della magistratura?
No. Il testo proposto afferma esattamente il contrario.
Il nuovo articolo 104 della Costituzione stabilisce che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», distinguendo al suo interno la carriera giudicante e quella requirente e prevedendo due Consigli superiori, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
Una formulazione difficilmente equivocabile, che ribadisce, non indebolisce, il principio di indipendenza.
2. Con la riforma la polizia giudiziaria risponderebbe all’esecutivo?
No. L’articolo 109 della Costituzione continua a stabilire che «l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria».
Questa norma non è oggetto di modifica. Dunque il rapporto funzionale tra polizia giudiziaria e magistratura resta invariato.
3. Il “Sì” renderebbe la giustizia meno efficiente o più favorevole a indagati e imputati?
Nel dibattito pubblico questa affermazione è stata spesso ripetuta, ma raramente accompagnata da una concreta spiegazione delle ragioni per cui la riforma dovrebbe produrre un simile effetto.
Anzi, emergono talvolta argomentazioni tra loro difficilmente conciliabili: da un lato si sostiene (apoditticamente, e apocalitticamente) che l’eventuale approvazione favorirebbe indagati, imputati e centri di potere; dall’altro si prospetta il rischio opposto, cioè quello di un pubblico ministero trasformato in una sorta di “super-poliziotto”, meno incline a ricercare elementi a favore dell’imputato.
Eppure la riforma non modifica l’articolo 358 del codice di procedura penale, che impone al pubblico ministero di svolgere accertamenti anche su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini, né lo colloca fuori dalle garanzie dello Stato di diritto e dal controllo del giudice.
Se così è, diventa difficile sostenere simultaneamente che il nuovo assetto renderebbe la giustizia più indulgente verso chi viola la legge e, nello stesso tempo, più aggressiva nei confronti dell’imputato.
Un tema di rango costituzionale richiede coerenza logica, equilibrio e senso delle istituzioni.
Il confronto può essere anche acceso, ma dovrebbe restare ancorato ai dati normativi e agli effetti reali delle scelte proposte, perché solo su questo terreno si misura la qualità di una democrazia.
Le riforme della giustizia si comprendono e si giudicano così: senza etichette, senza banalizzazioni, con responsabilità.