Garante detenuti su aggressione in carcere: contesto che invece di migliorarla peggiora la situazione

Di seguito un intervento da parte di Valentina Farina, garante delle persone private della libertà personale in provincia di Brindisi:

L’aggressione avvenuta ieri mattina nella Casa Circondariale di Brindisi riporta con forza al centro del dibattito pubblico una questione che non può più essere derubricata a emergenza episodica. È il tema della giustizia quotidiana in carcere, quella che si misura ogni giorno tra carenze strutturali, sovraffollamento e tensioni crescenti. A pochi giorni dall’incontro istituzionale avvento presso la Provincia di Brindisi, con Asl, Carcere di Brindisi, Ministero di Giustizia uffici di esecuzione penale Puglia Basilicata,  e altri attori fondamentali, un detenuto ha colpito con una violenta testata una poliziotta della Penitenziaria, scagliandosi poi contro gli altri agenti intervenuti per riportare la calma. Il bilancio è grave: cinque appartenenti alla Polizia Penitenziaria ogni giorno impegnati sul fronte con senso di umanità e sacrificio, sono stati trasportati in ospedale per accertamenti e cure. L’episodio, oltre alla gravità in sé, assume un significato più ampio perché si inserisce in un quadro già fortemente critico.

Un sistema sotto pressione: Sovraffollamento, carenza strutturale di personale, turnazioni estenuanti e difficoltà nella gestione trattamentale, dipendenze e salute
Mentale, stanno trasformando la vita degli istituti penitenziari in una condizione permanente di tensione, creando un contesto iatrogeno: un ambiente che non solo non tutela chi vi lavora e chi vi è detenuto, ma che rischia di aggravare le criticità stesse.
La Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Brindisi Valentina Farina, ha provveduto ad inviare una nota ufficiale al Ministro della Giustizia Carlo Nordio e al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, chiedendo un intervento urgente sul potenziamento degli organici, con particolare riferimento anche alla situazione della Casa Circondariale di Brindisi.
Nel documento si sottolineava come la gestione degli istituti non possa più essere affidata a soluzioni tampone o a interventi sporadici.
Non si può morire per una inadempienza del quadro nazionale.
Non possono essere gli agenti e le persone detenute a pagare il prezzo di ritardi strutturali e riforme incompiute.
Il carcere, quale luogo deputato alla rieducazione e al reinserimento sociale, rischia di ridursi a mera custodia in condizioni critiche. Questo genera un paradosso evidente: pene formalmente orientate alla rieducazione che, nella pratica quotidiana, si scontrano con limiti organizzativi e carenze di risorse.
Le difficoltà operative producono disuguaglianze sostanziali, sia per il personale – esposto a rischi crescenti – sia per le persone detenute, che vedono compromesso l’accesso a percorsi trattamentali, sanitari e rieducativi adeguati.
La richiesta è chiara e articolata:
* potenziamento straordinario degli organici della Polizia Penitenziaria;
* misure immediate di tutela e supporto per il personale;
* apertura di un tavolo istituzionale permanente con rappresentanze sindacali e garanti territoriali;
* riforme strutturali per affrontare stabilmente il sovraffollamento e rafforzare i servizi sanitari e trattamentali.
Si aprono interrogativi cruciali: fino a che punto è possibile trasformare un contesto iatrogeno in un sistema realmente sicuro e rieducativo? Come far sì che le riforme non restino dichiarazioni di principio, ma producano effetti concreti sulla vita quotidiana delle persone detenute e degli agenti?

Una questione che riguarda tutti.
Il carcere è parte integrante dello Stato di diritto. Ciò che accade al suo interno non è separato dalla società, ma ne rappresenta uno specchio. Quando la gestione penitenziaria diventa strutturalmente fragile, è l’intero impianto della giustizia a essere messo alla prova.
L’aggressione di oggi a Brindisi non è solo un fatto di cronaca. È un segnale. Interroga istituzioni e comunità sulla necessità di trasformare le parole – sicurezza, rieducazione, diritti – in condizioni concrete e quotidiane. Allo stesso tempo, offre l’opportunità di apprendere da un contesto critico, per costruire riforme strutturali che interrompano il circolo vizioso di emergenze continue e conseguenze.  Perché attendere altri morti? 

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