Giovedì 5 marzo nella chiesa di San Barsanofio a Oria, a due passi da quella che fu la casa della sua famiglia, saranno celebrati i funerali del 46enne Oreste Pepe Milizia. Questi è deceduto ieri a seguito di un incidente stradale verificatosi lungo la strada provinciale 51-bis di collegamento tra Oria e Cellino San Marco, dove – per cause ancora in fase d’accertamento – si sono scontrate una Fiat Punto, una Volkswagen T-Roc e un Ford Tourneo.
Pepe Milizia era al volante della Fiat Punto e per lui non c’è stato alcunché da fare: è morto sul colpo, mentre non versano in gravi condizioni gli occupanti degli altri due veicoli (mamma e figlia di 59 e 27 anni che erano nella Volkswagen e un uomo di circa 60 anni che era al volante del furgoncino Ford). La Procura di Brindisi non ha ritenuto di dover svolgere ulteriori accertamenti dopo la ricostruzione della dinamica del sinistro effettuata dalla polizia locale di Oria, giunta sul posto insieme con carabinieri e servizio 118. Così, nelle prossime ore si terranno le esequie del 46enne. Di seguito un suo profilo:
Quel ciuffo biondo e la spavalderia di chi a quei tempi alla vita aveva poco o nulla da chiedere. E poi lo scooter, la moto da cross e un futuro radioso che sembrava già scritto se non proprio spennellato su quella tela luminosa del benessere che fu e si pensava sarebbe stato.
Oreste Pepe Milizia fu il ragazzo che a suo tempo molte giovani donne desiderarono e da cui in relativamente poche – accuratamente selezionate, perché poteva permetterselo – ottennero considerazione.
Oreste era il figlio di Ettorino, che a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 era titolare di una sala giochi frequentatissima proprio in piazza Manfredi, nel cuore di Oria. Con il calcio aveva poco o nulla a che fare, ma quella sala giochi si chiamava “Juventus Club” e ogni santissimo giorno – a sera e in qualche caso dopo i compiti – orde di ragazzini vi si riversavano per rilassarsi un po’ cimentandosi non soltanto coi primi rudimentali videogiochi arcade, ma anche i più classici calcio-balilla, flipper e un grande biliardo in fondo alla sala.




Sì, a volte ci si scommetteva: 500, al massimo mille lire. L’euro ancora di là da venire ma i soldi non mancavano, neppure quando in quel posto comparvero le prime slot-machine che a volte all’improvviso erano grado di “vomitare” gettoni – da convertire in lire o bevande – come non ci fosse un domani.
Oreste frequentava quel posto da padrone e per lui i gettoni erano gratis ma centellinati: Ettorino – rigoroso – gliene regalava a denti stretti qualcuno, il resto era da guadagnare: «Vieni qui, ti metti alla cassa e te li guadagni da solo i tuoi gettoni». Oreste a volte lo faceva, molto spesso preferiva glissare e farsi un giro in cerca di emozioni più forti che puntualmente trovava. L’Oreste ragazzino era un portento: non gli andava di chiedere neppure a suo padre, ribelle e indipendente come pochi. Poi il tempo trascorse e, terminate le superiori, giunse l’età adulta.
Ettorino scomparve prematuramente e, ovviamente, lasciò a Oreste un piccolo impero nato dal suo essere imprenditore d’altri tempi: scommettere ma non troppo, tenere da parte ché nella vita non si sa mai. Oreste mai lo disse ma risentì molto della perdita del padre, perdita da cui in fondo non si riprese mai. Perché diversamente chissà come sarebbe andata a finire la sua vita, nessuno può dire se sarebbe stata peggiore o migliore. Di sicuro, sarebbe stata diversa.
Non a caso, poco dopo aver dovuto rinunciare a quel genitore così ferreo nel tenere le redini della famiglia e nel governare le briglie di quel figlio così intraprendente, Oreste un po’ si smarrì: un passato e un presente irrequieti per lui, a tratti turbolenti. Qualche problemino con la giustizia, qualche altro problema noto ai familiari che mai hanno cercato di nascondere ma sempre di risolvere pur senza mettere in discussione quell’affetto viscerale per un parente così “discolo” e al tempo stesso amabile pur con tutti i suoi difetti, bilanciati da innumerevoli pregi.
La stessa comunità di Oria piange la scomparsa di un suo figlio, capace di essere educato – negli ultimi tempi – persino nel chiedere un euro, un caffè, una sigaretta. O, semplicemente, un po’ d’attenzione. Quella stessa attenzione che anni e anni fa, ormai, lui aveva da tutti senza la necessità di chiederla.
Perché quell’Oreste – l’Oreste ragazzino, quell’adone cui nulla mancava – non ebbe mai a chiedere né a pretendere. L’Oreste adulto se n’è andato in un modo plateale e inatteso, in linea con la sua stessa intera esistenza.