Estorse soldi ai dipendenti dalle buste paga: imprenditore condannato a sette anni di reclusione e risarcimenti

Un sistema di ricatto sistematico ai danni dei propri dipendenti, costretti a restituire in contanti parte dello stipendio pur di non perdere il posto di lavoro, è costato una pesante condanna a un 75enne originario di Ostuni ma residente a San Michele Salentino.

Il Tribunale ordinario di Brindisi, in composizione collegiale presieduta da Ambrogio Colombo, con a latere i giudici Margherita Ricci e Leonardo Convertini (relatore), ha inflitto all’imputato la pena di sette anni di reclusione e 3.300 euro di multa. La sentenza, pronunciata al termine di un lungo e complesso dibattimento che ha visto la pubblica accusa rappresentata in aula dal pubblico ministero Francesco Carluccio, ha riqualificato il reato originario in quello di estorsione continuata, svelando le drammatiche condizioni lavorative all’interno della Comunità riabilitativa assistenziale psichiatrica “San Vincenzo”, gestita a San Michele Salentino dal “Consorzio Coop Soc. E.R. Onlus”, di cui era il dominus e legale rappresentante.

L’impianto accusatorio ha retto alla prova dell’istruttoria dibattimentale per quanto riguarda il filone principale dello sfruttamento lavorativo, culminando per l’imputato anche nell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Di conseguenza, hanno avuto ragione anche le parti civili costituite principalmente con l’avvocato Domenico Attanasi.

L’avvocato Attanasi

La vicenda origina da un’approfondita verifica fiscale, avviata dalla guardia di finanza nell’ottobre del 2013, che ha scoperchiato una prassi aziendale consolidata. Inizialmente, la struttura psichiatrica erogava ai lavoratori, molti dei quali addetti all’assistenza e alle pulizie, stipendi nettamente inferiori rispetto alle ore effettivamente lavorate e alle prescrizioni del contratto collettivo nazionale della sanità privata. Gli assegni consegnati ai dipendenti riportavano cifre più basse di quelle falsamente indicate nelle buste paga, che venivano consegnate in ritardo o fatte firmare in blocco.

Quando le fiamme gialle hanno iniziato a indagare, l’imputato ha dovuto cambiare strategia per far quadrare i conti formalmente: ha iniziato a far coincidere gli assegni con le somme dichiarate in busta paga, ma ha contemporaneamente preteso che i dipendenti prelevassero la differenza in contanti e gliela consegnassero a mano. Chi si opponeva a questa pratica, che in alcuni casi arrivava fino a 600 euro mensili, subiva decurtazioni fittizie delle ore lavorative, mancati pagamenti delle mensilità successive o la minaccia esplicita di licenziamento e chiusura dell’intera struttura.

A inchiodare l’ex amministratore non sono state solo le testimonianze delle vittime, ma anche numerose prove documentali e tecniche. Durante le perquisizioni nelle abitazioni estive dell’imputato a Torre Santa Sabina, i finanzieri hanno rinvenuto un block notes contenente una sorta di contabilità parallela dell’estorsione: accanto al nome dei lavoratori erano annotate le cifre della busta paga, le somme effettivamente percepite e la quota estorta e restituita. Sono state inoltre trovate quietanze e ricevute firmate in bianco dai dipendenti. Le indagini sono state corroborate da intercettazioni ambientali e telefoniche in cui l’imputato e i suoi familiari discutevano delle strategie per punire i lavoratori ribelli.
Il processo ha affrontato anche un secondo capo d’imputazione, che vedeva l’ex amministratore accusato di essersi appropriato di oltre 248mila euro di fondi erogati dall’Asl di Brindisi per l’assistenza ai 14 pazienti psichiatrici della struttura.

Secondo le indagini, i soldi destinati alle cure venivano dirottati per acquistare beni di lusso estranei alle necessità terapeutiche: capi di abbigliamento griffati, articoli di gioielleria per migliaia di euro, arredi di design e derrate alimentari in quantità spropositate, tra cui 400 chili di prosciutto crudo e centinaia di chili di formaggio Grana, incompatibili con il fabbisogno dei degenti. Su questo fronte, i giudici hanno stabilito che l’imputato non agiva in veste di incaricato di pubblico servizio nella fase di gestione dei fondi, poiché il denaro, una volta bonificato dall’Asl per pagare le rette, entrava nel patrimonio di un ente privato.

Di conseguenza, il reato è stato derubricato da peculato ad appropriazione indebita, che la legge italiana punisce solo a seguito di una querela di parte: mancando la querela, il Tribunale ha dichiarato il non doversi procedere per questo specifico capo d’accusa, annullando di fatto le pretese avanzate dell’Asl di Brindisi, costituitasi con l’avvocato Donato Mellone.

Nonostante questo salvataggio tecnico sul fronte dei fondi pubblici, è giunta la condanna per i maltrattamenti economici inflitti ai lavoratori. Il collegio ha riconosciuto il patimento subito dalle vittime, condannando l’imputato a risarcire i danni in favore delle parti civili (quattro dipendenti) assistite in aula dagli avvocati Attanasi e Carmine Calò. A ciascuna di queste donne sono stati riconosciuti 15mila euro a titolo di risarcimento equitativo, oltre alla rivalutazione, agli interessi legali maturati dal 2014 e alla totale rifusione delle spese processuali sostenute per affrontare questa lunga battaglia legale.

Va da sé che l’imputato sia da considerare non colpevole fino a eventuale sentenza definitiva di condanna passata in giudicato.

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