Consigliere De Simone (Pd): «La vittoria del NO al referendum non è stata solo del centrosinistra»

Di seguito una nota da parte del consigliere comunale di Francavilla Fontana Antonio Eugenio De Simone (Pd) a commento del recente referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia:

Se c’è una cosa che questo voto ci consegna è che le persone non sono state semplicemente coinvolte. Si sono sentite chiamate in causa.
È scattato qualcosa di più profondo: una risposta che ha a che fare con i valori, con un’idea di giustizia, con il senso stesso della Costituzione. Come se, davanti a quel passaggio, molte persone avessero riconosciuto un confine. E avessero deciso, consapevolmente, da che parte stare.

A Francavilla Fontana il dato è chiaro: il NO ha raggiunto il 56,13%, pari a 7.474 voti. Un risultato netto, che racconta una comunità che ha scelto. Ma accanto a questo dato, ce n’è un altro che non possiamo ignorare. L’affluenza è stata tra le più basse della provincia.

E questo, se messo in relazione anche con i dati delle ultime amministrative e delle elezioni regionali, ci obbliga a una riflessione più seria. Perché non basta guardare a chi ha votato. Bisogna interrogarsi su chi non lo ha fatto.

E qui emerge un problema più profondo: troppo spesso la politica locale latita, non riesce a costruire partecipazione continua, e anche le forze più strutturate faticano a garantire coinvolgimento reale al di là delle singole consultazioni elettorali.

A fare la differenza, in questo contesto, sono stati soprattutto i giovani. Tra i più giovani, il NO supera il 60% (dati Ipsos/Corriere della Sera).

Ragazzi e ragazze che, anche senza strumenti adeguati — penso ai tanti fuori sede a cui di fatto è stato negato il diritto di voto — hanno comunque trovato il modo di esserci.

A Francavilla lo abbiamo visto da vicino – poiché impegnato nella costruzione dei 30 rappresentanti di lista – giovani che vivono al Nord e che hanno scelto comunque di partecipare, diventando rappresentanti di lista, mettendoci tempo, responsabilità, presenza.

Questo è il punto: quando li chiami, i giovani rispondono. E insieme a loro, hanno votato anche pezzi di società che troppo spesso restano ai margini: chi è in difficoltà economica, a cui a quanto pare il Governo non riesce a dare risposte. Ma questi dati ci dicono anche un’altra cosa, più scomoda.

C’è ancora una parte del Paese a cui non riusciamo a parlare davvero.

Tra chi ha un livello di istruzione più basso, il voto è diverso: tra chi possiede una licenza media o elementare, il SÌ prevale con circa il 51% contro il 48% del NO (dati Ipsos/Corriere della Sera).

Questo non è un dettaglio tecnico.

È un segnale politico.

Significa che esiste una distanza, un linguaggio che non arriva, una parte di società che non si sente intercettata fino in fondo. Questo referendum ha riportato alle urne anche chi si era allontanato: una quota stimata tra il 10% e il 15% di elettori abitualmente astenuti ha partecipato.

E questo, oggi, è forse il dato politico più importante.

Perché allora la domanda è semplice: cosa facciamo adesso di questa energia — e di questa distanza?

Non basta dire che questo voto appartenga a qualcuno. Non è così automatico e né scontato. Queste persone non cercano un’etichetta. Cercano uno spazio.

E allora sì, oggi più che mai, i partiti — e in particolare il centrosinistra — devono fare una scelta: aprire davvero ai giovani, ma anche imparare a parlare a chi oggi resta più lontano. Dare spazio, responsabilità, fiducia. Costruire luoghi in cui si possa partecipare, decidere, incidere.

Perché questo voto ci dice una cosa molto chiara: esiste un’Italia che non si arrende, che resiste, che difende la propria democrazia. Ma esiste anche un’Italia che dobbiamo ancora raggiungere.

E in questa tensione si gioca tutto, in vista delle elezioni del 2027.

Adesso tocca alla politica dimostrare di esserne all’altezza.

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