“Ce ti piaci lu piattu mia?”, ce n’è un po’ anche alla mostra su Barocco e Neobarocco di Castello Imperiali tra fiori e nature morte ma vivide

di Alessandra Suma

“Ce ti piaci Lu piatti mia”? Fiori di devozione tra arte sacra e tradizione popolare

La mostra “Barocco e Neobarocco” al Castello Imperiali di Francavilla offre un’occasione unica per riflettere sulla connessione tra l’arte sacra del Barocco e la tradizione popolare dei piatti di grano e fiori.

Due mondi apparentemente distanti, ma che si rivelano essere due facce della stessa medaglia. I capolavori floreali esposti – come le opere di Paolo Porpora, Abraham Brugel, Giuseppe Recco, Campidoglio, Bartolomeo Cavarozzi, Michelangelo Cerquozzi e Mario de’ Fiori – mostrano una profonda attenzione per la bellezza e la simbologia espressa.

Considerati un omaggio al mondo cristiano, non solo elementi decorativi, ma codici da leggere ed interpretare. I fiori freschi, con i loro colori vivaci e le loro forme delicate, venivano sapientemente utilizzati per rappresentare la giovinezza, la vita, la rinascita e la resurrezione di Gesù Cristo, mentre quelli appassiti dalle tonalità cupe, per simboleggiare la morte e la caducità della bellezza e la transitorietà dell’esistenza.


La tradizione dei piatti di grano e fiori, che si portano al sepolcro di Gesù, è un esempio di come la devozione popolare sia arrivata fino a noi, esprimendosi attraverso la creazione di piccole opere d’arte effimere fatte in casa, magari dai bambini.

I piatti di grano germogliato, decorati con fiori appena colti e ramoscelli di ulivo, sono un dono offerto al sacrificio di Gesù Cristo, e rappresentano la vita che trionfa. Il volo pindarico, dalle tele floreali dipinte ai piatti di grano e fiori, può apparire strano o addirittura improbabile, ma affascinante.

Entrambi sono espressione di una profonda devozione e di una ricerca di bellezza e di significato espressa con specifici segni, usati in ogni epoca, per offrire una chiave di lettura piuttosto che un’altra. I fiori dell’arte barocca dunque hanno un significato simbolico e allegorico profondo, i cui retaggi arrivano anche a noi.

La rosa, oggi come allora, è simbolo dell’amore, della passione e della bellezza; il lilium suggerisce purezza, innocenza e verginità; Il giglio esprime candore, moralità, castità e la resurrezione; la violetta allude all’umiltà, alla modestia, alla devozione ed alla virtù.

E così, calati nelle atmosfere suggestive di una sentitissima Settimana Santa, ci si trova davanti a corolle profumate e petali variopinti, dipinti per svelare come la simbologia dei fiori e delle nature morte, sia anche espressione di un’arte ed una devozione celebrativa del potere ecclesiastico e temporale, inflessibile ed intransigente.

Quando ogni elemento aveva un suo significato non solo simbolico, ma sociologico, l’uso dei fiori, in contesti sacri come profani, serviva a collegare la fede e la spiritualità con la cultura e la tradizione. Nel XVII secolo, infatti i fiori e l’arte sacra in genere – esprimendo messaggi, idee, concezioni e concetti – assumevano un valore profondo poiché riflettevano la cultura, la religione e la società dell’epoca.

Fiori e piante venivano utilizzati come simboli di potere ed autorità, rappresentando la gloria di Dio e l’influenza e il dominio della chiesa cattolica o l’opulenza e il prestigio di una famiglia. L’arte, che a quell’epoca era quasi esclusivamente sacra o commemorativa di regnanti, autorità ecclesiastiche o di personaggi eroici e mitologici, rappresentava un potente strumento non solo di devozione, ma anche di istruzione per i fedeli, per i sudditi e un’eredità da lasciare ai posteri della magnificenza, dei fasti e degli antichi splendori.

Ecco perché la Chiesa cattolica, in risposta alla Riforma Protestante, aveva stabilito delle norme severe per la produzione artistica, al fine di promuovere la venerazione delle immagini sacre e la dottrina cattolica e la manifestazione dei potenti.

Il Concilio di Trento (1545-1563) fu il momento chiave in cui si stabilirono le regole anche per l’arte. Le norme sancivano che le immagini dovevano sottostare a dei canoni ben precisi. Al tempo perciò, non tutte le produzioni artistiche erano accolte con favore, difatti le opere d’arte considerate fuori dagli schemi, “eretiche” , venivano censurate, distrutte o bruciate.

Accanto alle antiche tele fiorite, vi è un capolavoro che probabilmente, fuori dal suo tempo, il tribunale della Santa Inquisizione non avrebbe approvato. Figlia dell’arte contemporanea, la natura morta di Mario Tozzi è bellissima. Appartenente al Novecento Italiano ed al contesto del ritorno all’ordine europeo del primo dopoguerra, si intreccia alla tradizione barocca attraverso la pittura di luce, che struttura la sagoma e nobilita l’oggetto inanimato. La sua opera rappresenta un ritorno alla forma assoluta, una pittura “giottesca e pierfrancescana” che si oppone alla minuzia descrittiva barocca e la richiama evolvendosi.

E le eco dei grandi Maestri e dei loro allievi risuonano nelle sale costellate di capolavori delle Scuole d’arte del XII secolo che, tra emulazione e identità, ci fanno emozionare.

– Castello Imperiali di Francavilla fino al 31 luglio
– Orari: della settimana Santa martedì e mercoledì 9:30 13:30 20:30 giovedì e venerdì orario continuato 9:30 -23,00 sabato 9:30 13:30 15:30 23,00 lunedì di Pasquetta orario continuato 9:30 -20,00 

Resta aggiornato

Iscriviti alle nostre newsletter

WP Twitter Auto Publish Powered By : XYZScripts.com