Schiaffo del docente allo studente, avvocato Campanino: «Questione sociologica più che giuridica. Siamo cambiati noi adulti, non i ragazzi»

Di seguito una nota con diffuse riflessioni da parte dell’avvocato Maurizio Campanino (foto in alto) in relazione a questo post:

Gentile Direttore,

in riferimento all’articolo richiamato in oggetto secondo il quale “la strada sembra tracciata” e che “studente e professore potrebbero fare pace col contributo dei loro avvocati di fiducia”, ritengo innanzitutto opportuno precisare che la mancata costituzione di parte civile della parte offesa (id est: il minore all’epoca dei fatti) non è frutto di una svista né di un disinteresse, ma di una scelta ponderata della famiglia del ragazzo.

Nel caso in cui le parti non dovessero pervenire a un accordo conciliativo, la persona offesa – oggi maggiorenne – sarà regolarmente escussa quale testimone, e il procedimento seguirà il suo corso naturale dinanzi alla giurisdizione adita, con l’accertamento dibattimentale dei fatti e la piena garanzia del contraddittorio per l’imputato, che resta assistito dalla presunzione di innocenza sino all’ultimo grado di giudizio.

Quanto alla possibile conciliazione, è vero che in casi come questo la legge consente un accordo principalmente economico, che può portare alla remissione della querela e quindi all’estinzione del reato. Ma è proprio su questo punto che, a mio avviso, la cronaca giudiziaria smette di essere semplice registrazione di atti e diventa una questione che riguarda l’intera comunità e il modo in cui scegliamo di intendere il patto educativo tra adulti e ragazzi: la domanda non è se le parti troveranno “la quadra” davanti al giudice competente, bensì se un ristoro patrimoniale sia davvero in grado di colmare – o anche
solo di attenuare – le criticità educative e relazionali che questo episodio (se dovesse essere accertato), come molti altri, porta prepotentemente alla luce.

Perché lo schiaffo non è un gesto che si consuma soltanto sulla guancia di un ragazzo, ma sulla superficie già logorata del patto educativo tra adulti e minori. Su quel pullman non viaggiavano solo studenti e insegnanti; viaggiava una certa idea di scuola, di autorità, di responsabilità. È verosimile che il comportamento del minore sia stato provocatorio, magari irrispettoso, come spesso accade nell’adolescenza: ma la domanda che la comunità scolastica – e con essa l’opinione pubblica – è chiamata a porsi è se alla condotta di un ragazzo, per definizione ancora in via di maturazione, si possa rispondere con l’esercizio della forza invece che con l’esercizio dell’educazione.

È qui che il Suo articolo s’incrocia, quasi inevitabilmente, con la cronaca ben più drammatica che arriva dalla provincia di Bergamo: un tredicenne che, maglietta con la scritta “Vendetta” sul petto, coltello e pistola scacciacani al seguito, annuncia online l’intenzione di “uccidere la sua insegnante di francese” e passa all’azione, colpendola al collo in un corridoio di scuola, mentre altri alunni assistono attoniti alla scena.

Là lo schiaffo non è più sul banco degli imputati; al suo posto troviamo la lama, la pianificazione via Telegram, la consapevolezza che a tredici anni “non posso essere incarcerato”, la teatralizzazione della violenza con la telecamera fissata al torace e l’abbigliamento paramilitare scelto come divisa di un’auto-proclamata guerra personale.

Si tratta, è evidente, di fatti tra loro non paragonabili per gravità e per disvalore penale. Tuttavia, se c’è un filo che lega il ceffone di Francavilla al coltello di Trescore Balneario: esso non è nella misura della lesione, ma nello stato di salute del rapporto tra generazioni e, soprattutto, nel ruolo – oggi talvolta incerto – dei soggetti deputati all’educazione: la scuola e la famiglia.

Dal mio osservatorio professionale, ogni volta che mi trovo ad assistere un minorenne, sia in qualità di parte offesa sia in qualità di indagato o imputato, mi rendo conto che in questi anni non sono cambiati i ragazzi. Sono cambiati gli adulti.

Il tredicenne bergamasco resta, nella sua struttura psichica e affettiva, un ragazzo di tredici anni; allo stesso modo, lo studente che riceve uno schiaffo resta un adolescente, con le fragilità, le intemperanze e i limiti che l’età porta con sé. Ciò che appare mutato è il modo in cui gli adulti – genitori, docenti, talvolta anche istituzioni – si pongono rispetto a questi limiti: oscillando tra un permissivismo deresponsabilizzante e un autoritarismo impulsivo che si manifesta, nel migliore dei casi, in un ceffone, e nel peggiore, nell’incapacità totale di intercettare e gestire un disagio che degenera in violenza.

In questo scenario, la scorciatoia retorica è sempre a portata di mano: si dà la colpa agli smartphone, a Internet, ai videogiochi, come se la tecnologia fosse una sorta di capro espiatorio digitale su cui scaricare lacune educative che sono, invece, squisitamente umane. Ma i telefoni non educano né diseducano da soli: essi amplificano ciò che gli adulti non presidiano. Se un ragazzo può organizzare, annunciare e perfino estetizzare un’aggressione armata contro un’insegnante su una piattaforma di messaggistica, il problema non è soltanto la piattaforma: è l’assenza di un adulto che, prima, durante e dopo, si accorga di qualcosa, intervenga, ponga un limite credibile e, all’occorrenza, chieda aiuto.

Allo stesso modo, se un insegnante (mi riferisco qui alla figura generale dell’insegnante, non al docente coinvolto nel caso del mio assistito) arriva a usare lo schiaffo come strumento di gestione della disciplina, è lecito domandarsi se non manchino alle scuole gli strumenti concreti per affrontare il conflitto e il disagio: formazione specifica sulla gestione del comportamento e spazi reali di confronto con le famiglie.

L’alternativa, altrimenti, si riduce a due estremi ugualmente insoddisfacenti: o si lascia correre, normalizzando l’insulto, l’indisciplina, il bullismo, oppure si arriva a reazioni impulsive, affidandosi alla
forza – talvolta persino alla forza armata – nel tentativo, del tutto illusorio, di ristabilire un ordine che l’educazione non è stata messa nelle condizioni di costruire.

Da giurista, potrei fermarmi alla superficie tecnico-processuale: ricordare che il giudizio dinanzi al giudice di pace è improntato alla deflazione del contenzioso, che l’istituto della remissione della querela ha una funzione compositiva, che la conciliazione soddisfa esigenze di economia processuale e di pacificazione sociale.

Tutto vero.

Ma la pacificazione sociale non si esaurisce in un bonifico bancario, né la “ricomposizione” può essere ridotta alla liquidazione di un danno biologico e morale che, nel caso di un minore, tocca corde assai più profonde del mero equilibrio patrimoniale tra le parti.

Per questo, ritengo che la vera notizia non è che “si va verso una conciliazione tra le parti”; la vera notizia è che ci troviamo sempre più spesso a utilizzare gli strumenti del diritto penale – o la loro rinuncia concordata – come surrogato di una riflessione collettiva mancata sul sistema educativo nel suo complesso. Ci rassicura pensare che un accordo economico chiuda il fascicolo, come ci rassicura pensare che un singolo tredicenne “socialmente pericoloso” sia un caso “isolato”, da collocare in una comunità per minori e archiviare nel registro delle eccezioni. Ma le eccezioni, quando iniziano a ripetersi con frequenza, cessano di essere tali e diventano sintomi.

La domanda, allora, è se siamo disposti a interrogarci sul ruolo degli educatori – che non può essere quello di sorveglianti esasperati né di amici indulgenti; sul ruolo delle famiglie – che non possono delegare alla scuola il compito di supplire a ogni carenza affettiva e valoriale, e sul ruolo delle istituzioni, chiamate non solo a irrigidire il sistema sanzionatorio, ma a investire in una cultura della prevenzione, del dialogo, del sostegno psicologico sia ai ragazzi sia agli adulti che ne hanno la responsabilità quotidiana.

Nel caso specifico del mio assistito, è possibile – e forse probabile – che si giunga a un’intesa economica, a una remissione della querela e, conseguentemente, all’estinzione del reato. Se ciò accadrà, sarà una scelta della famiglia e non un colpo di spugna; se non accadrà, il giudizio proseguirà perché si accerti in sede giurisdizionale se quello schiaffo sia compatibile con il ruolo e con le responsabilità che il nostro ordinamento attribuisce a chi ha in affidamento la mente, la cultura e, mi lasci dire, anche l’anima dei più giovani.

Quel che non può accadere, invece, è che la vicenda venga archiviata come un semplice “incidente” risolto a colpi di euro. Perché, se rinunciamo a riflettere su che cosa significhi oggi essere adulto in una scuola e in una famiglia, rischiamo di ritrovarci, domani, a commentare l’ennesima cronaca di violenza giovanile, domandandoci ancora una volta, con finta sorpresa, che cosa sia successo ai nostri ragazzi. Forse, sarebbe più onesto chiederci che cosa è successo a noi.

Avv. Maurizio Campanino

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