di Giuseppe Pappadà
Pasqua anche nel 2026.
Tecnicamente la Pasqua è una domenica che non è mai la stessa: è la domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera.
A decidere la data e le modalità di calcolo ci fu addirittura un Concilio, quello di Nicea nel 325 dC.
Detto così verrebbe da dirsi, vabbè tutto qua?
No, ovviamente. La Pasqua ha tanti, molti significati.
Ho più volte provato a farmene una idea.
Per qualche corto circuito neuronico, ogni anno a Pasqua mi tornavano in mente le parole di madre che sembravano fuggirle incontrollabili: st’arrìa la fest’acresta.
Una frase che mi sembrava detta con ancora più forza quando era una Pasca vascia, una Pasqua marzotica, di marzo appunto. Una Pasca vascia, quasi sinonimo di cattivo auspicio.
Un presagio di morte, fame o carestia, legato ad un equinozio di primavera che crocifiggeva il Sole in cielo troppo in anticipo per quelli che erano i cicli delle coltivazioni nei campi.
Mi colpiva il termine acresta, che al maschile diventava acriestu.
Un termine che ogni tanto mi sarò di sicuro meritato tra un ceffone ed un altro.
Acriestu. Non bisogna farsi prendere dalla facile trasposizione in italiano in “agreste”.
Non erano tempi (e non lo sono nemmeno ora) di rose e fiori, campagne bucoliche e sdolcinature varie.
Nel nostro dialetto francavillese, il termine acriestu è un termine a dir poco spregiativo, utilizzato per qualificare persone inselvatichite, poco o nulla socievoli, feroci e odiose e dalle quali stare alla larga – se possibile. Senza che questo fosse solo un problema di cultura o meno elevata scolarizzazione.
Di un noto straricco locale si diceva che sì, è riccu, teni la Balilla, è sciut’alla scola ma è acriestu comu n’animali e ancora no’ llu ‘llasati sulu cu li femmini, specialmenti li piccinne.
Insomma, era acriestu.
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Pasqua, una fest’acresta?
Sì, ma che nulla aveva e niente a che vedere con la religione.
La Pasqua della religione è un’altra cosa: è la festa di chi è sopravvissuto ad una strage.
Una strage fatta da un Dio feroce ed anche un po’ alla buona.
Un Dio che decise di ammazzare tutti coloro che non gli erano fedeli.
Solo gli infedeli di sesso maschile, per le donne chissà cosa aveva progettato.
E per non correre rischi, quel Dio decise di ammazzare anche gli animali di sesso maschile.
Così, non si sa mai.
Poi però, in un attimo di programmazione di lucidità, decise che una volta entrato in una casa di infedeli li avrebbe ammazzati e uscendo avrebbe macchiano di sangue l’uscio. Per non commettere l’errore di tornandoci e perdere tempo.
Una ottimizzazione, sapendo di sé quanto fosse inattendibile quando era incazzato. Capace di rientrare nelle case dove la strage era cosa già fatta.
Quel Dio volle quindi avvertire i suoi fedeli, chiese loro di macchiare di sangue la loro porta e lui sarebbe andato oltre da bravo stragista stakanovista.
In ebraico antico Pasqua significa “passare oltre”.
I fedeli di quel Dio e tanti altri infedeli (ma figli di buona donna) ammazzarono un agnello e col sangue macchiarono la propria porta.
Il Dio feroce e crudele ebbe pure una vampata di orgoglio alla vista di tante case arrossate di sangue. Una vampata di orgoglio di fronte a tante porte macchiate di sangue e una inconsapevole presa in giro in più.
Io non so se sono erede di un fedele salvatosi col sangue di un agnello o di un infedele che prese in giro quel Dio feroce. Ma sono di sicuro un sopravvissuto.
E i sopravvissuti alle stragi non possono non festeggiare – se non gli riesce di sterminare gli stragisti.
E gli agnelli? Solo portatori di sangue ed ecco perché sono chiamati agnelli sacrificali ed incolpevoli.
E mo’?
Buona Pasqua, ovviamente.
Ad ognuno la sua.