Non è certo che tentarono di rubare “capasoni” dal giardino delle suore: assolti

sentenza giudizio tribunale

Non è stato possibile stabilire che, sei anni fa, furono proprio loro, e non altri, a tentare di rubare un paio di giare – qui meglio note come “capasoni” – nel giardino dell’istituto religioso “Il Boccone del Povero” della Congregazione femminile delle Serve dei Poveri, in viale Regina Margherita, a Oria. Dopo numerosi rinvii e ben 20 udienze, sono stati assolti “per non aver commesso il fatto”, ma con formula cosiddetta contraddittoria (insufficienza di prove), un 45 enne (M.C.) e un 42enne (D.M.), tutti e due del posto e con precedenti specifici, che erano finiti a processo con l’accusa di concorso in tentativo di furto in abitazione.

Il loro difensore di fiducia, avvocato Raffaele Pesce del foro di Brindisi, è riuscito a dimostrare al giudice monocratico Gianluca Fiorella del Tribunale di Brindisi come dai filmati del circuito chiuso di videosorveglianza non fosse possibile risalire con certezza all’identità dei suoi assistiti. Il pubblico ministero, vice procuratore onorario Barbara Rizzato, aveva chiesto per loro la condanna a un anno di reclusione e a 200 euro di multa.

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L’avvocato Raffaele Pesce

I fatti risalgono alla notte tra il 2 e il 3 aprile 2010. L’indomani, suor Maria Miraglia, madre superiora della Congregazione, notò che nel giardino dell’istituto due grossi “capasoni” erano stati ripuliti delle piante e spostati dal posto in cui erano prima posizionati e che, nello spostamento, uno dei due era stato anche danneggiato. Segno evidente che qualcuno aveva in precedenza provato a impossessarsene, salvo poi aver desistito. La religiosa contattò allora il tecnico della videosorveglianza e mise a conoscenza dell’accaduto i carabinieri della stazione di Oria. Questi ultimi pensarono di riconoscere nei filmati due persone a loro già note e, per giunta, un’auto nella disponibilità di una di loro. I due furono, dopo qualche giorno, fermati insieme e perquisiti a bordo di una Fiat Punto di colore grigio. Concluse le indagini preliminari, furono dunque citati direttamente a giudizio dal Pm Pierpalo Montinaro, della Procura della Repubblica di Brindisi, il 29 novembre 2010.

Il 25 anno dell’anno dopo si celebrò la prima udienza di un processo che nessuno avrebbe potuto immaginare così lungo. Nonostante le deposizioni dei testi a carico – principalmente suor Maria, costituitasi parte civile assistita dall’avvocato Carlo Tatarano del foro di Brindisi, e un sottufficiale dei carabinieri – decisiva si è rivelata la consulenza del perito Umberto De Vitti, il quale ha sostenuto come fosse impossibile, considerata la scarsa qualità delle immagini, stabilire con certezza che ad agire quella notte fosse stata proprio la coppia d’imputati, anche perché – a differenza di quanto sostenuto dagli investigatori – dagli stessi filmati non s’intravedevano i due giungere e allontanarsi dal posto a bordo di un particolare tipo di autovettura (una Fiat Punto descritta peraltro come di colore “avana”, e non grigio, da uno dei testi).

Di qui l’assoluzione del 25 gennaio 2016 nei confronti di entrambi “per non aver commesso il fatto” poiché – scrive il giudice nelle motivazioni, depositate a fine aprile scorso – «deve ritenersi che gli elementi istruttori a disposizione on consentano di identificare, oltre la soglia del ragionevole dubbio, gli odierni imputati come gli autori del fatto per cui è processo».

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